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RASSEGNA STAMPA
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Roberto Cagliero e
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Francesco Ronzon (a cura di)
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Francesco Ronzon (a cura di)
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Spettri di Haiti
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Dal colonialismo francese all'imperialismo americano
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pp. 189
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€ 15,00
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isbn 88-87009-32-5
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Il libro Il ruolo di Haiti nella letteratura occidentale appare un caso esemplare di come arte, politica e cultura si intreccino fin nelle loro più intime e profonde radici. Attraverso uno stretto dialogo tra analisi storica, critica letteraria e antropologia culturale, il libro illustra come sin dalla rivoluzione di indipendenza del 1804 Haiti sia emersa nella riflessione letteraria occidentale come il lato oscuro dei Caraibi. Iniziando da Hegel, passando per i libri di viaggio novecenteschi, fino ad arrivare alle analisi mediche sull'epidemiologia dell'AIDS, i saggi raccolti nel volume esplorano il nesso tra l'immagine di Haiti come luogo di alterità, "barbarie" e primitivismo, e le politiche degli imperi e delle grandi potenze coloniali operanti nell'area caraibica. L'opera intende richiamare l'attenzione di tutti i lettori interessati a problemi post-coloniali, di politica globale e di educazione interculturale.
I curatori
Roberto Cagliero insegna Lingue e Letterature Anglo-americane allUniversità di Verona. Ha scritto saggi sulla narrativa statunitense contemporanea (Auster, Coover, De Lillo, Gass, Pynchon), su Edgar Allan Poe, e sui rapporti tra storia e letteratura. Ha curato un Dizionario di slang americano (1999) e tradotto testi di T. Pynchon, F.S. Fitzerald ed E.A. Poe e altri. E redattore delle riviste "Acoma" e "Iperstoria".
Francesco Ronzon dopo la laurea ha conseguito un dottorato di ricerca in antropologia culturale presso l'Università di Torino. Ha scritto vari saggi di argomento antropologico. é autore di Presenze. Vodou, Pratiche e Cognizione a Brooklyn (Achab, Verona 2002) e ha curato (con C. Grasseni) Ecologia della Cultra (Meltemi, Roma 2001). Attualmente svolge attività di ricerca in Antropologia Culturale presso le Università di Verona e Milano-Bicocca.
Indice del volume
Introduzione
di Roberto Cagliero e Francesco Ronzon
1 Hegel e Haiti. Schiavi, filosofi e piantagioni: 1792-1804
di Susan Buck-Morss
2 La grande paura. Coloni e fuggiaschi dopo la rivoluzione haitiana: 1804-1860
di Roberto Cagliero
3 Attraverso lo specchio. Militari, viaggiatori e politiche testuali durante l'occupazione americana di Haiti: 1915-1934
di J. Michael Dash
4 Natura morta con dittatura. Haiti, Graham Greene e la letteratura americana durante la Guerra Fredda: 1960-1971
di Francesco Ronzon
5 Aids e razzismo. Medicina, stereotipi ed epidemiologia tra gli immigrati haitiani negli Usa: 1980-1994
di Paul Farmer
Bibliografia generale
Fonti
Gli autori
Introduzione
di Roberto Cagliero e Francesco Ronzon
Missionario: Abbiate fiducia, Maestà, Dio è bianco.
Valletto: Lei sembra esserne molto sicuro...
Missionario: Altrimenti avrebbe egli permesso, giovane effeminato, avrebbe permesso il miracolo greco? Da 2000 anni Dio è bianco, mangia su una tovaglia bianca, si asciuga la bocca bianca con un tovagliolo bianco, inforca la carne bianca con una forchetta bianca. (Pausa) Guarda cadere la neve.
J. Genet, Les Nègres
1. Il lato oscuro
Nel settembre del 1791 Bryan Edwards, storico e proprietario terriero giamaicano, è a Spanish Town, in Giamaica, quando due gentiluomini provenienti dalla parte francese di Santo Domingo lo informano che gli schiavi neri "in numero di 100.000 e oltre" si sono rivoltati e stanno disseminando morte e desolazione per tutte le province del Nord. Incuriosito, Edwards parte per Cap Francais (oggi Cap Haitien), la più ricca, vecchia e popolosa città della colonia. Come in seguito riportato nella sua opera An Historical Survey of the French Colony in the Island of St. Domingo (1797), una volta sul posto gli si para di fronte uno spettacolo imprevisto: "Arrivammo nella baia di Cap Francais nel pomeriggio del 26 di settembre, e la prima cosa che colpì la nostra attenzione fu una paurosa scena di devastazione provocata da un incendio. La nobile pianura attorno al Capo era coperta di ceneri, e così le colline circostanti fin dove occhio poteva vedere, e in ogni dove ci si offrivano rovine ancora fumanti, case e piantagioni ancora in fiamme..."
A Edwards, come a molti altri in Europa e negli Stati Uniti, la rivolta degli schiavi che mettono a ferro e fuoco le province settentrionali di Santo Domingo si presenta come uno spettacolo di sangue e di anarchia che minaccia l'organizzazione schiavista del lavoro di piantagione e mette in crisi quanto di meglio la civiltà dell'epoca poteva offrire, sostituendovi la sopraffazione della "perla dei Caraibi" per mano di un orrore africano: "Prima delle razzie e devastazioni che ho avuto il doloroso compito di documentare, distrutte e deformate con incredibile barbarie le opere dell'arte umana e le bellezze della natura, i possedimenti della Francia in questa nobile isola erano considerati i giardini delle Indie Occidentali e, per lo splendido scenario e la ricchezza del suolo, erano giustamente battezzati il Paradiso del Nuovo Mondo".
L'idea di una raccolta di saggi relativi al ruolo di Haiti nell'immaginario "occidentale" nasce dall'incontro e dalle riflessioni dei curatori su testi, materiali e documenti di ambito haitiano, in un raggio d'azione che spazia dall'antropologia culturale agli studi sulla storia e la letteratura americana, all'interno dei quali sono stati riscontrati numerosi punti di convergenza.
Lungi dall'avere avuto luogo esclusivamente "sul campo", l'incontro di Haiti con l'Europa e gli Stati Uniti si infatti sviluppato in relazione a un ampio repertorio di libri, trattati e narrazioni, che comprendono testi accademici e corrispondenze diplomatiche, romanzi, relazioni di viaggio e reportage medici, lungo un cammino che va idealmente dal 1804, data dell'indipendenza haitiana, al 1994, data di un ultimo e instabile ritorno alla normalità politica.
é in quest'ottica che un primo obiettivo del volume consiste nell'illustrare la logica comune ad alcuni dei testi appena elencati: benché possa apparire singolare, l'immagine di Haiti che emerge dalle note redatte da Bryan Edwards alla fine del xviii secolo non è poi cosi diversa da quelle presenti nelle opere e nei documenti che si sono accumulati nei tre secoli successivi, dove Haiti viene costantemente presentata come una specie di "lato oscuro" dei Caraibi, un composto di barbarie, violenza e sangue.
A partire da tali riflessioni, un'attenzione particolare è dedicata inoltre al ruolo della letteratura nella vita sociale e politica, in relazione a quella ideologia dell'"alterità" e del "primitivo" largamente presente nell'epoca coloniale, soggetta a più o meno violenti ritorni nel secolo successivo e ancor oggi operante in ampi settori del mondo contemporaneo: non solo nelle ex colonie ma anche nei ghetti, creati dalle immigrazioni verso gli Stati Uniti, e nei razzismi etnici legati ai nuovi processi migratori in Europa.
Aldilà del loro interesse specifico, i saggi qui raccolti risultano dunque utili anche per interrogarsi sul ruolo del cosiddetto "Atlantico nero" nella nascita dell'epoca moderna, e sui rapporti tra neri e bianchi, tra paesi industrializzati e paesi nei quali è evidente il nesso tra sottosviluppo e imperialismo. L'urto tra attuale povertà e opulenza di un tempo impone infatti una riflessione sia sulla storia di una massa di schiavi che, una volta liberi, non sono stati in grado di produrre un modello di sviluppo indipendente dal lavoro e dallo sfruttamento, sia sulle logiche politiche e sugli apparati ideologici operanti nelle società post-coloniali.
Di qui il titolo del volume: nel corso della storia Haiti assume infatti un aspetto gotico, spettrale, che, a partire dai racconti sulle efferatezze della rivoluzione, arriva fino agli anni Ottanta del Novecento, quando il vecchio fantasma della contaminazione razziale che animava i tempi dello schiavismo assume la forma di un'epidemia, quella dell'Aids, nata, a detta dell'immaginario della medicina americana, proprio nell'isola caraibica. In quasi due secoli, dagli anni della rivoluzione alla fine del Novecento, Haiti incarna infatti per la cultura occidentale la manifestazione esotica di quello spettro che Marx vedeva nel sollevamento delle masse contro la borghesia. Pur rivestendo un ruolo progressivamente più marginale nella mappa della politica internazionale, l'isola caraibica rispecchia in modo paradigmatico i rapporti di forza che regolano il mercato mondiale; agli albori dell'Ottocento, quando ha da poco finito di essere colonia francese, già si ritrova a fare i conti con le regole del commercio internazionale. Apparentemente votate a trascinarla nuovamente verso la civiltà, le nazioni che intrattengono scambi più o meno ufficiali con Haiti ne fanno in realtà in breve tempo un lontano ghetto caraibico, coccolato prima per l'importanza dello zucchero, addomesticato poi dal paternalismo dell'intervento americano e stritolato infine dagli ingranaggi del debito internazionale. Di qui l'importanza di soffermarsi più in dettaglio sulle tappe di questa parabola, lungo la quale lo spettro di Haiti si sposta dalla Francia agli Stati Uniti, seminando il terrore ma al contempo facendo di quest'isola la nazione attualmente più povera dell'emisfero occidentale, luogo di uno stato-fantasma nel quale la corruzione è difficilmente distinguibile dai processi di democratizzazione.
2. Il Nero e il Bianco
Dal punto di vista testuale l'immagine di Haiti si articola in relazione al ruolo occupato dai neri in quell'ideologia dell'arcaico, dell'esotico e del selvaggio diffusasi nel mondo intellettuale europeo a partire dal xvi secolo (Duchet 1976, Gliozzi 1977, Trouillot 1991). Da un lato, un insieme di individui "bianchi": civili, con mentalità laico-scientifica e atteggiamenti razional-strumentali, raggruppati all'interno di un unico blocco culturale composto da società aperte, complesse, eterogenee, cristiane, fondate sulla solidarietà organica, con sistemi politici statali-burocratici ed economie di mercato; dall'altro, un insieme di individui "neri" (o scuri): primitivi, con mentalità magico-religiosa e atteggiamenti emotivo-tradizionali, sparpagliati in un mosaico di società chiuse, semplici, omogenee, basate sulla solidarietà meccanica, con sistemi politici tribal-familiari ed economie di scambio.
Questi elementi emergono già nel tardo Medioevo con le immagini negative dei "neri", contenute nelle descrizioni fantastiche di viaggiatori e geografi dell'epoca (Delacampagne 1983). Il repertorio si estende poi durante il Rinascimento, da una parte attorno a un'idea di "Uomo" come individuo universale e dall'altra attorno alle immagini dei "popoli scuri" e all'assunto che esistano gradi di umanitˆ differenti 2. Come largamente documentato, questo tipo di immaginario si lega a filo doppio all'espansione coloniale, a sua volta parallela all'affermarsi di un nuovo ordine simbolico, con un processo attraverso il quale l'Europa diviene l'Occidente (Cohen 1980, Jordan 1968).
A partire dal xvii secolo, a seguito dell'emergere del regime agro-industriale di piantagione dipendente dalla schiavitù afro-americana, l'astratta nomenclatura trasmessa dal Medioevo al Rinascimento è riprodotta e applicata alla nuova realtà sociale: nel 1670 la parola "nègre" entra per la prima volta nei glossari e dizionari di lingua francese, gia connotata da tutta una serie di sfumature negative. In modo analogo appare anche il nesso tra tassonomie razziali e istruzioni per il dominio e lo sfruttamento presente nel Code Noir, promulgato nel 1685 da Luigi xiv allo scopo di regolare la fiorente tratta degli schiavi dall'Africa ai Caraibi. Sulle orme di Las Casas il mondo coloniale si converte all'idea che esista uno iato profondo tra la purezza del buon selvaggio amerindiano e l'arretratezza degli africani, ritenuti il soggetto ideale per il lavoro forzato di piantagione (Santoro 1998:140-141).
Con gli anni, questa ideologia diviene un elemento centrale nella "visione del mondo" dei padroni delle piantagioni coloniali caraibiche. Intorno alla metà del xviii secolo, gli argomenti addotti per giustificare la schiavitù nelle colonie iniziano poi a tornare sempre più spesso a casa: intrecciandosi con la vena razzista che attraversa il pensiero razionalista dell'epoca, favoriscono il passaggio dal vecchio etnocentrismo europeo al nuovo razzismo scientifico e naturalistico euro-americano (Boulle 1988:219-246) . Anche in questo caso, la letteratura di lingua francese è indicativa - per quanto non unica - di queste posizioni. Buffon, ad esempio, sostiene un punto di vista monogenista ma ritiene che i neri siano sufficientemente diversi per essere destinati alla schiavitù. Parzialmente simile l'opinione di Voltaire: per quanto sostenga che appartengono a una delle tante specie "culturali" esistenti, i neri appaiono comunque destinati, per le loro qualità, a essere fatti schiavi.
Ciò che nel 1804 la nascita di Haiti rappresenta a livello mondiale non è dunque solo un'isolata rivolta nelle colonie d'oltreoceano. Si tratta in realtà del manifestarsi di una crisi nella linearità evolutiva di un'ideologia secolare. Negli stessi anni in cui l'Europa pone le basi delle teorie razziali, delle politiche imperialiste e dell'evoluzionismo sociale, i suoi intellettuali assistono impotenti e stupefatti alla nascita della prima "repubblica nera" del mondo.
3. Note storiche su Haiti: schiavismo, economia interna e politica internazionale
Sin qui l'aspetto testuale. Per coglierne lo spessore storico è però necessario soffermarsi sul ruolo giocato dall'isola caraibica nelle geo-politiche internazionali. Haiti 5 deve la sua importanza alla canna da zucchero, che vi fu importata nel 1493 (Knight 1990:52-57). Il traffico degli schiavi ebbe inizio poco dopo, nel 1517. Attorno alla metà del Settecento i coloni francesi, che chiamarono il territorio Saint-Domingue, fecero dell'isola il principale produttore mondiale di zucchero, con un numero di schiavi che raggiungeva quasi il cinquanta per cento della presenza africana in tutta l'area caraibica.
Gli Stati Uniti intrattenevano intensi scambi commerciali con l'isola già da prima della Rivoluzione francese. Le navi americane, provenienti soprattutto da Filadelfia e da Charleston, giungevano a Saint-Domingue cariche del cibo necessario a nutrire le grandi masse di schiavi, e ripartivano con carichi di zucchero, cacao, cotone, rum e caffè.
Dopo la Rivoluzione e la proclamazione dell'indipendenza, la prima nazione nera delle Americhe si trovò a fronteggiare un atteggiamento internazionale ostile e una situazione economica interna fortemente compromessa. Napoleone, in seguito al fallimento della missione militare da lui inviata per riconquistare l'isola, vendette agli Stati Uniti la Louisiana che, senza Haiti, non aveva più per la Francia alcun valore strategico. Venne cosi" favorita l'espansione verso ovest degli Stati Uniti.
Gli americani aderirono alla richiesta di Napoleone e dichiararono l'embargo nei confronti di Haiti. Furono allora gli inglesi ad approfittare delle potenzialità commerciali dell'isola caraibica. Dopo un periodo di divisione, governata a nord da Christophe e a sud da Pètion, l'isola venne riunificata durante il governo Boyer. Nel 1825 Carlo x, re di Francia, chiese al presidente Boyer 150 milioni di franchi come indennizzo per i coloni che la rivoluzione haitiana aveva mandato in rovina. Quel pagamento, effettuato in cambio di un riconoscimento politico dell'indipendenza haitiana, ebbe ripercussioni gravi sul piano economico.
Le esportazioni continuarono, parallelamente all'isolamento diplomatico, raggiungendo poco per volta, oltre alla Francia e agli Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Germania e l'Italia. Tuttavia, le indispensabili importazioni e la proverbiale disonestà della classe politica haitiana (Trouillot 1990:19-31) fecero lievitare il debito pubblico al punto che, verso la fine dell'Ottocento, oltre l'80 per cento del denaro che affluiva nelle casse dello Stato era utilizzato per pagare debiti internazionali.
Gli Stati Uniti, che a partire dalla metà dell'Ottocento inviavano ripetutamente navi da guerra nelle acque haitiane, con la scusa di proteggere i cittadini americani (Sommers 1995) presenti nella zona, decisero di invadere Haiti nel 1915 (Patterson 1986), legittimando l'azione militare con la necessità di attenuare la forte instabilità politica dell'isola caraibica; l'operazione mirava dunque, secondo il governo statunitense, a proteggere i diritti civili degli haitiani. Gli americani promisero la costruzione di infrastrutture e la messa in opera di vari progetti, atti a creare una borghesia che facesse da "cuscinetto" tra elite e mondo contadino (Wingfield 1966:112-122; Trouillot 1990:132-141); ma l'impiego forzato di migliaia di contadini risvegliò ricordi del periodo coloniale, dando luogo all'insurrezione dei Cacos nel 1919, repressa nel 1922. Quando nel 1934 i marines se ne andarono, il governo si ritrovò con un debito di quaranta milioni di dollari nei confronti degli Stati Uniti. L'occupazione americana non portò alcun beneficio ad Haiti; semmai ne moltiplicò i problemi economici. L'isola era diventata periferia dell'impero americano, con un apparato burocratico più esteso, una società militarizzata (Schmidt 1971:89) e una vita nazionale concentrata intorno a Port-au-Prince, la capitale (Lundhal 1979:290; Trouillot 1990:141-142).
Il malcontento creato dall'ingerenza americana diede poi origine, nel 1957, alla dittatura noiriste di Duvalier (Papa Doc), appoggiata dagli Stati Uniti che vi coglievano la possibilità di controllare la vicino la rivoluzione cubana (Randall, Mount 1998:130-138). Il regime di terrore continuò con il passaggio delle consegne al figlio Jean-Claude (Baby Doc) nel 1971. In questo periodo, che vide un esodo rurale sempre più massiccio e un aumento di investimenti statunitensi, Haiti si candidò a diventare paradiso fiscale. I benefici di questa situazione toccarono esclusivamente l'èlite al potere (Stepick 1986:51; De Wind, Mc Kinney 1988:27).
Si arriva così a un presente non meno problematico. Il regime cade nel 1987, gettando il paese in un quinquennio di forti instabilità. La vittoria di Aristide alle prime elezioni democratiche, nel 1991, inaugura un breve periodo di profonde riforme sociali, sostenute dal consenso popolare ma contrastate dal ristretto nucleo oligarchico. Dopo soli sette mesi di governo, Aristide deve fuggire all'estero in seguito a un golpe appoggiato dalla cia (Ridgeway 1994), avallato dal governo Bush (Stepick 1998:99-110) e gradito alle multinazionali, operanti ad Haiti con la politica dell'industria di assemblaggio off-shore. La violenza seguita al golpe costringe più di centomila haitiani a lasciare il paese, e altri trecentomila a nascondersi nelle campagne. Questo nuovo periodo di terrore si conclude nel 1994, con l'intervento militare dell'onu e il rientro di Aristide, il legittimo presidente, in un paese sempre più prossimo alla catastrofe economica e sociale.
4. I saggi
I saggi raccolti nel volume toccano vari aspetti storici e letterari del periodo compreso tra il 1804 e il 1994, e cioè dalla fine dello schiavismo fino alle vicende politiche più recenti, passando per l'ingerenza statunitense e altri momenti cruciali della storia haitiana, come il sorgere dell'epidemia dell'Aids. Le ragioni di questa scelta si fondano sull'utilità di una valutazione diacronica delle relazioni tra Haiti e il mondo internazionale. Con il ritorno nel 1994 di Bertrand Aristide, il paese entra in un nuovo periodo di profondi mutamenti socio-culturali: in pochi anni il ruolo della piccola repubblica caraibica passa da quello di luogo nevralgico a quello di inutile, marginale e ingombrante stato periferico, privo di interesse sul piano globale.
La parabola haitiana inizia, come mostra Susan Buck-Morss nel saggio di apertura del volume, con la sistematica rimozione del problema della schiavitù nella filosofia del'Illuminismo francese che all'analisi di un processo reale preferisce un discorso astratto sul concetto di libertà, e questo proprio mentre dipende in modo sostanziale dall'economia schiavista delle colonie. Tracce della rivoluzione di Haiti sono invece rinvenibili in vari snodi della filosofia della storia di Hegel, in particolare nella dialettica tra schiavo e padrone che, secondo l'ipotesi di Buck-Morss, Hegel avrebbe elaborato a partire dalla lettura della rivista "Minerva" e di altre fonti che dedicavano ampio spazio agli eventi caraibici. Quegli stessi eventi furono al contempo oggetto di grande proccupazione tra i piantatori del Sud degli Stati Uniti, che temevano il ripetersi della rivoluzione haitiana tra gli schiavi delle loro piantagioni. Del terrore haitiano rimane traccia non soltanto in vari quotidiani statunitensi e nella legislazione dell'epoca, ma anche nella letteratura, ad esempio in Melville, Poe, Faulkner e altri scrittori.
Di queste rappresentazioni della paura provocata da Haiti, e delle ripercussioni che hanno avuto per la costruzione di un'immagine negativa dell'isola negli Stati Uniti, si occupa Roberto Cagliero, indagando nella seconda parte del suo saggio sul ruolo di capro espiatorio che Haiti continua a rivestire per la cultura americana, al punto da individuare negli haitiani i responsabili della diffusione dell'Aids negli Stati Uniti. Razza e contaminazione, che quegli scrittori avevano affrontato in termini narrativi, si saldano così sul piano della realtà (Coetzee 1999:22-32).
Se Haiti riveste un ruolo importante per la filosofia di Hegel e per la letteratura americana otto-novecentesca, non meno importanti sono gli spunti che ne coglie la letteratura di viaggio in seguito all'occupazione americana, tra il 1915 e il 1934. Affrontando gli stereotipi "primitivisti" che modellizzano le rappresentazioni di Haiti, J.Michael Dash analizza due libri scritti da ufficiali dei marines che facevano parte delle truppe d'occupazione. A questo riguardo, lo studioso mostra come le due opere rappresentino Haiti usando i medesimi tropi narrativi ma attribuendo loro valori assiologici antitetici: da un lato, Haiti è esempio negativo della barbarie e dell'arretratezza dei popoli "neri"; dall'altro, espressione positiva di una primordialità ormai inaccessibile a un Occidente stanco e cerebrale. Ironicamente, il saggio mostra come delle due versioni si siano a loro volta appropriati politici e scrittori haitiani, facendone sia un modo per legittimare le lotte politiche interne tra èlite mulatte francofile e nuove classi medie nere ed afrocentriche, sia un mezzo di resistenza contro la stessa invasione americana.
Con la guerra fredda, Haiti passa da un controllo diretto da parte dell'apparato militare-politico statunitense a una dittatura interna, tollerata prima e sostenuta poi dagli Stati Uniti. Mettendo a fuoco la critica della violenza del regime duvalierista operata in The Comedians di Graham Greene, il saggio di Francesco Ronzon illustra come l'uso ideologico di una certa rappresentazione dipenda non solo dall'impiego di certi tropi narrativi ma anche e soprattutto dal loro rapporto con il mondo e dal contesto sociale in cui l'opera si colloca. Di qui il saggio passa poi in rassegna, a titolo comparativo, alcuni testi contemporanei a quello di Greene per evidenziare come identici tropi narrativi, usati da autori meno capaci e mossi da intenti scandalistici, possano facilmente cadere nello stereotipo e nella caricatura.
Anche nel ventennio successivo la storia di Haiti procede in una situazione di assoluta indigenza, parzialmente alleviata dalla presenza turistica, fino allo scoppiare dell'epidemia di Aids. Le reazioni americane mostrano anche in questo caso come, nel caso di Haiti, ogni situazione sia carica di implicazioni ideologiche. Proprio per questo abbiamo deciso di chiudere il volume evidenziando come lo spettro dell'immagine primitivista di Haiti sia stato mobilitato dal mondo della ricerca medico-scientifica statunitense. Passando in rassegna media, giornali e reportage medici, il saggio di Paul Farmer evidenzia infatti come, in quegli anni, il repertorio di stereotipi fioriti intorno ad Haiti abbia operato anche all'interno delle ricerche medico-sanitarie, e come questo abbia rappresentato uno dei principali fattori nella stigmatizzazione sociale degli haitiani, attraverso la loro ridefinizione in termini di "gruppo a rischio" sul piano epidemiologico.
5. Conclusioni
Come si può notare, la scelta dei saggi non si pone come rassegna esaustiva della "cattiva reputazione" di cui Haiti ha goduto nel corso dei secoli. A questo riguardo il lettore può infatti trovare un'utile panoramica nelle più ampie e generali opere dello stesso Farmer (1994) e di Lawless (1998). Abbiamo invece raccolto testi dai quali emergessero le voci che nel corso della storia hanno parlato a nome di Haiti: a volte accusando il suo ritardo lungo la strada della "civiltà", a volte rimpiangendo il suo allontanamento dalle origini "selvagge".
Torniamo così ancora una volta al ruolo spettrale di Haiti, in quanto luogo di una rivolta incapace di rompere del tutto le catene del proprio passato coloniale. é per questa sua origine irrisolta, vorremmo sostenere, che Haiti ha continuato a circolare come uno spettro fino ai nostri giorni, non solo nel campo delle ricerche etnografiche sul vodou ma anche in quello della politica internazionale, opponendosi tra mille contraddizioni alla "libertà senza scrupoli" del mercato globale. Ridotta dal nuovo ordine mondiale a un destino di povertà e emigrazioni forzate, la prima repubblica nera del mondo si dibatte tuttora contro istanze totalizzanti interne ed estere. Se anche Haiti segna la fine delle grandi narrazioni, il volume intende tuttavia riprendere le tracce che esse hanno lasciato dentro e fuori dai suoi confini, facendone un luogo spettrale ma illuminante nella sua emblematicità..
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